Gli assassini dell’alba – Bussi tra palme, ombre e memoria: il thriller che non ti lascia andare

Ci sono libri che ti promettono evasione e poi, mentre corri tra una pagina e l’altra, ti lasciano addosso anche qualcos’altro: una domanda, un graffio, una storia che pesa. Gli assassini dell’alba di Michel Bussi è così. Bellissimo, tiratissimo, “non–si–molla–finché–non–finisce”. E, come al solito, Bussi non delude.

L’isola paradiso (che paradiso non è)

Guadalupa scintilla: foreste che profumano di acqua dolce, spiagge che abbagliano, fondali da cartolina. Poi una fiocina trapassa un ricco costruttore e il corpo viene lasciato sulla Scala degli schiavi, luogo simbolo dell’isola. È l’inizio di una scia di omicidi rituali: bersagli “a caso”, indizi simbolici e un assassino che sembra conoscere troppo bene il comandante Valéric Kancel.

Tra visioni “impossibili” del vecchio Évariste (profeta o ciarlatano?), superstizione creola e indagine ufficiale, Bussi orchestra il suo gioco preferito: ragione contro mito, logica contro leggenda, fino all’alba.

Perché funziona (e tanto)

Trama ben strutturata: l’intreccio è una macchina precisa, cervellotica al punto giusto. Ti credi in vantaggio? Due pagine e sei di nuovo spiazzata. Ambientazione da sogno: la natura è una presenza viva, sensuale, ma Bussi la piega al noir: il paradiso si incrina, la bellezza diventa minaccia. Storia e ferite: come in Ninfee nere, c’è ricostruzione storica che conta. La memoria coloniale non è sfondo, è tema. Si sente, brucia, spiega. Personaggi “che restano”: Kancel ha nervi e crepe, Évariste porta in scena l’anima dell’isola. Nessuno è figurina; ognuno aggiunge un pezzo al mosaico.

Il ritmo giusto (con colpi di scena veri)

Adrenalina, sì, ma mai gratuita. I twist arrivano dove devono, il movente si scolpisce a poco a poco e quando il quadro si ricompone capisci che gli “indizi simbolici” non erano un vezzo: erano la chiave. Finale pulito, soddisfacente, con quell’eco amara che Bussi sa dosare.

Cosa mi è piaciuto di più

La coabitazione di registri: ironia misurata, tensione alta, pagine che informano senza fare lezione. L’uso della topografia dell’isola come mappa morale: ogni luogo è un segno (e un segreto). Il fatto che, chiusa l’ultima pagina, resti addosso qualcosa: non solo il brivido, ma il peso della memoria.

In sintesi

Se cercate un thriller che corra, sorprenda e insieme racconti (davvero) un luogo e la sua storia, Gli assassini dell’alba è la scelta giusta.

Bussi intreccia delitto, mito e passato coloniale con mano sicura: originale, informato, avvincente. E sì: è uno di quei romanzi che non ti fa staccare dalle pagine.

Leggetelo. Poi ditemi se anche voi, guardando una cartolina perfetta, non ci vedete più solo il blu.

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