“Il canto del male” – Un ritorno in chiaroscuro per l’ispettore Verne

È uscito da poco Il canto del male di Éric Fouassier, quarto capitolo della saga dedicata all’ispettore Valentin Verne, e per me – che a questa serie sono molto affezionata – è stato come ritrovare vecchi amici.
Mi sono però resa conto che, incredibilmente, non ve ne avevo mai parlato prima. Rimedio subito.

Fouassier ha un grande talento: riesce a mescolare storia, mistero e introspezione con una naturalezza che pochi autori possiedono.
Le sue trame si muovono nella Francia del 1832, tra i miasmi del colera e le tensioni della monarchia di Luigi Filippo, e ogni volta sa intrecciare la Storia con le ombre dell’animo umano.
Un noir storico raffinato, a tratti cupo, che ha nell’ambientazione uno dei suoi punti di forza.

E poi c’è lui, Valentin Verne: un personaggio che porto nel cuore. Sofferto, tormentato, ma guidato da una tensione morale che lo rende unico. È uno di quei protagonisti che restano addosso, pagina dopo pagina, libro dopo libro.

In questo nuovo capitolo, la storia si divide su due fronti:
a Parigi, Aglaé tenta di provare l’innocenza di Samson – con l’aiuto del celebre Vidocq – mentre Verne si trova in Vandea, alle prese con una serie di omicidi legati agli ambienti legittimisti.
Una doppia indagine che, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto ampliare lo sguardo, ma che in realtà finisce per frammentare un po’ il ritmo.

Ecco, se devo essere sincera, questa volta il romanzo non mi ha convinta del tutto.
Ho trovato l’inizio lento, appesantito da riferimenti storici molto dettagliati che, pur interessanti, faticano a fondersi con la tensione narrativa.
La trama, pur ben congegnata, in certi passaggi manca di quella spinta che aveva reso i volumi precedenti così appassionanti.
Ammetto che ho fatto un po’ di fatica a finirlo — cosa che con Fouassier non mi era mai successa.

Resta però innegabile la qualità della scrittura: Fouassier ha uno stile colto, preciso, elegante, e la sua capacità di ricreare la Parigi ottocentesca (e la Vandea rurale) è, ancora una volta, impeccabile.
E come sempre, riesce a inserire riflessioni profonde sul dolore, sulla giustizia e sul potere della fede, temi che attraversano tutta la serie.

Il canto del male è, insomma, un romanzo che mantiene la sua grande forza d’autore, ma che questa volta – almeno per me – ha perso un po’ di magia.
Una lettura consigliata comunque a chi ama Fouassier e i romanzi storici ben documentati, ma forse meno adatta a chi cerca un giallo dal ritmo incalzante.

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