“La setta dei libri maledetti”: atmosfera straordinaria, conclusione discutibile

È passato un po’ di tempo, vero?

La verità è che le letture sono andate avanti, come una piccola, cocciuta forma di resistenza personale. Il blog, invece… be’, il blog ha dovuto fare i conti con la vita vera. Quella fatta di giornate che assomigliano a partite di Tetris giocate a velocità folle e dei famigerati “terribili due” di mio figlio, che ho scoperto non essere un’età, ma un’esperienza mistica che ti assorbe completamente.

Il risultato? Ho letto, ho sottolineato passaggi interi con la mente, mi sono detta mille volte “domani scrivo”… e poi, semplicemente, la giornata è finita con me che crollo addormentata.

Oggi però recupero. E lo faccio con un libro che ho preso durante una promozione Feltrinelli e che mi ha tenuto compagnia nelle scorse settimane: “La setta dei libri maledetti” di Fabio Delizzos.

Immaginate una Venezia del 1513. Ma non quella da cartolina, scintillante e turistica. Immaginate una Venezia fatta di carne, di odori forti, di ombre che si allungano e si deformano nei vicoli. Una città dove potere e superstizione si respirano a ogni angolo.

La storia ti prende subito: alcuni nobili vengono trovati morti in modi a dir poco inquietanti. Le voci corrono veloci tra le calli e i canali, e si sente quella tensione tipica delle città antiche, dove sembra che persino i muri abbiano orecchie. A indagare viene chiamato Victor Salva, un agente del temibile Consiglio dei Dieci con una storia alle spalle abbastanza inquietante.

E qui, lo ammetto, l’autore mi aveva già in pugno.

Il romanzo è costruito molto bene , una scrittura scorrevole e la trama avanza che è un piacere. È uno di quei libri che ti costringono a dire “solo un altro capitolo”, finché non alzi gli occhi e ti accorgi che è notte fonda. E l’ambientazione… ah, l’ambientazione. È lei la vera protagonista. Venezia non è uno sfondo, è un organismo vivo, pulsante. Ti senti addosso l’umidità, l’odore del legno bagnato e quella sensazione di pericolo che si annida nei vicoli troppo stretti.

Ma per onestà di cronaca ( o di blog) la conclusione mi ha lasciata molto perplessa.

Perché il finale prende una piega che, semplicemente, non mi aspettavo. E non in senso buono. Senza fare spoiler, posso dirla così: il finale cambia completamente il sapore di tutto quello che hai letto fino a quel momento.

Personalmente, avrei desiderato una conclusione diversa. Non perché mi piaccia indovinare come andrà a finire, anzi. Ma perché ho avuto la sensazione che quella scelta finale, per me, abbia un po’ indebolito tutto il magnifico percorso fatto fino a lì. E mi è dispiaciuto, perché io c’ero, ero completamente immersa nella tensione, nell’atmosfera, in quella Venezia oscura e magnetica.

Detto questo, non conoscevo Delizzos e, nonostante la mia espressione perplessa a fine lettura, gli darò sicuramente un’altra possibilità. Perché il talento c’è, eccome. E quando un autore sa creare un mondo così vivido, non lo si può liquidare per un finale che non ci ha convinto.

In fondo, lo sapete, su questo blog non porto mai libri che mi sono scivolati addosso senza lasciare traccia o peggio che ho abbandonato a metà.  Se ne parlo, è perché qualcosa dentro si è mosso. Anche quando, come stavolta, mi ha fatto storcere il naso.

Quindi, il mio verdetto? Leggetelo. Soprattutto se amate i thriller storici, le atmosfere cupe e quella Venezia che non è solo bella, ma anche terribilmente inquietante.

E poi, se l’avete letto, ditemi: il finale vi ha convinti o ha lasciato spiazzati anche voi?

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