Non avevo mai letto nulla della serie con Duca Lamberti. Lo ammetto. Ho iniziato da questo capitolo (che ho scoperto poi essere il terzo), e forse mi è mancato qualcosa nella conoscenza del personaggio.
Ma credetemi: basta poco per farsi travolgere dal suo carisma spigoloso, scomodo, profondamente umano.
Lo stile di Giorgio Scerbanenco è notevole. Tagliente, preciso, colto. Ogni parola è al posto giusto.
Si ha la sensazione di leggere qualcosa di alto, anche quando si racconta la peggior miseria umana.
Un realismo chirurgico, quasi asettico, che rende ancora più stridente – e quindi potente – il dolore che trasuda da ogni pagina: il dolore di un padre, di una figlia scomparsa, di un mondo che va come non dovrebbe.
La storia inizia subito. Niente preamboli, niente fronzoli: si entra nel caso a pagina uno, e da lì in poi si resta dentro, inchiodati.
Donatella è una giovane donna con la mente di una bambina e una sessualità che le complica la vita. Scompare, e suo padre Amanzio non si arrende. Supplica la polizia, e finalmente arriva da Lamberti.
Lamberti, con il suo codice morale personale, spesso lontano dal politically correct. Ed è proprio questo che lo rende interessante: non è comodo, non è liscio, ma è autentico.
La Milano descritta da Scerbanenco è tutto tranne che romantica. È una città cinica, dove il degrado si nasconde dietro ogni angolo.
Ma nonostante (o forse grazie a) questa ambientazione, il racconto resta potente, visivo, amaro.
E il finale… be’, amaro anche quello. Ma brillante. Doloroso. Perfetto.
Non aspettatevi un giallo da ombrellone. Questo è un noir vero, duro, senza scorciatoie.
C’è dentro una denuncia sociale, un’indagine sul dolore e sull’amore di un padre, e un personaggio – Duca Lamberti – che, nel bene o nel male, difficilmente dimenticherete.
Sicuramente leggerò anche gli altri volumi: la scrittura di Scerbanenco merita davvero.

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